Il vestito buono della Domenica

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Quando ero piccola avevo un guardaroba “pensato”. Se ne occupava mia madre. Per i giorni di scuola avevo vestiti semplici e comodi, da indossare sotto il grembiule: tute, leggings (che all’epoca, reduci dagli anni Ottanta, chiamavamo fuson o pantacollant), oppure vestitini dalle tonalità di rosa più disparate. Indossavo sempre il cerchietto ai capelli, verso il quale, col tempo, è cresciuto un forte, comprensibile odio. Le scarpe erano spesso degli stivaletti che alternavo alle scarpe da ginnastica.

Quando arrivava la Domenica, dimenticavo la moda settimanale, sfoggiando il vestito buono, più elegante. Gonna, camicetta e cardigan, l’immancabile cerchietto apposito e scarpe lucide, sempre un po’scomode.
Tutta la famiglia in ghingheri, una forma di rispetto al settimo giorno, quello del riposo.
Ero felice. Quel poco di nuovo rappresentava una costante, una certezza.
Non ho mai chiesto altro, certo non ero un’esperta di moda. Riguardando le foto di quei giorni, mi sembra di essere giunta in una dimensione diversa. Oggi fanno da padrone un irrefrenabile bisogno di novità,un’insaziabile voglia di possedere.

Erano gli anni Novanta.

Eppure ero così felice.

 

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