Il mio tempo

Tempo. Una parola spesso dimenticata nella confusione della vita. Comunemente associamo questa parola ad altre, per esempio, “Non ho tempo”, “Che tempo fa?”, “Vorrei più tempo”.

Ma chi decide il nostro tempo?

Da quando, a diciotto anni, ho lasciato la casa di madre e padre, il mio tempo è stato scandito dai libri universitari, dalle lezioni, dal lavoro, dagli amici, dall’amore. Ho cercato sempre di tenere le fila delle mie giornate, anche se col passare degli anni, tutto è diventato irrimediabilmente complicato.

Mentre studiavo, pensavo che alla fine dell’università, il mio tempo sarebbe stato “più tempo per me”, e ci credevo e ci speravo. Poi quei giorni sono arrivati ed io non me ne sono neanche accorta. Il lavoro, più lavori, il tempo organizzato secondo quel curriculum, che continuavo a riempire di esperienze costruttive e distruttive allo stesso tempo. Tutto per qualche soldo, per sopravvivere, per senso di responsabilità nei confronti di me stessa, per non affondare. Molte volte mi è capitato di sentirmi come una trottola, guidata da una forza che non era mia, ma che proveniva dall’esterno, costretta a girare e girare per restare in piedi. Ad un certo punto ho smesso anche di sognare e di credere che i sogni potessero realizzarsi. Dopotutto, in ogni lavoro nel quale mi cimentavo riuscivo brillantemente, con soddisfazione ed una velata e celata insoddisfazione, che piano piano cresceva e si trasformava in inquietudine. Se mi guardo in quel tempo, vedo una ragazza cresciuta troppo in fretta, che aveva obiettivi, ma che spesso voltava le spalle ad essi per bisogno di concretezza e sicurezza. Insomma, come potevo far coesistere queste due parti di me così diverse tra loro? Dovevo lasciarne andare una. Ma non fui io a scegliere. Fu la società.  Lo dico ora, ma a quel tempo mica lo sapevo!

Ero come una bottiglia gettata in mare, con un meraviglioso messaggio dentro, che veniva sospinta dalla forza delle acque, senza una meta, nell’attesa che qualcosa o qualcuno la fermasse.

La società ha costretto, quelli come me, a rimboccarsi le maniche, fare fare fare e ancora fare, per poi ritrovarsi sempre con un pugno di mosche in mano.

Uscire da quel turbine, non fu una cosa semplice e forse sarei ancora lì se il mio corpo, dopo innumerevoli e inascoltati segnali, non ha deciso di implodere. Ecco che a trent’anni, quando scopri che anche il tuo inascoltato corpo ti sta mandando ‘a fanculo’, sei costretta a fermarti, a mettere in pausa tutto e a dare ascolto almeno a lui.IMG_3695

Affrontare il cancro, non è cosa semplice e non si può spiegare, almeno io non ne sono capace. Sei tu e quel corpo, in conflitto e in disaccordo, vita contro morte. Ma se non fosse stata per quella pausa, lunga, dolorosa e forzata, probabilmente non avrei avuto il tempo per riflettere sul mio tempo.

Quanto difficile è ammettere che quella che eri non sarai più, ma è così.

Si, quella che ero non c’è più, e dopo la lunga battaglia, la seconda possibilità non la spreco certo a regalare tempo a questa società! Non mi avrà mai!

Ora so che c’è un tempo per tutto e non serve a niente andare più veloce, correre e dannarsi per raggiungere qualcosa che non esiste. Io il mio tempo lo proteggo.

Ora è fatto anche di momenti in cui ascolto solo il mio respiro… in esso la vita che scorre e lì ci siamo io, i miei cari e tutto ciò che voglio ci stia.

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La musica sulla pelle

Ora non rincorro più il tempo.

Il tempo lo tengo io, come il migliore dei maestri d’orchestra. Lo dirigo tra l’adagio e il moderato, a volte passo ad un allegro per ritornare al tempo primo (ops! mi son lasciata prendere dalla mia parte musicale e musicologica).

Hudson 100%
Il mio miglior tempo

 

 

 

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